Il primatista italiano dei 3000m, 5000m, 10.000m e mezza maratona debutta in maglia On: Yeman Crippa sarà al via della mezza maratona di Barcellona il 16 febbraio, tappa di avvicinamento alla London Marathon
Il 2025 è partito all’insegna del cambio di brand: come in una sorta di calciomercato del running, le aziende del settore stanno facendo di tutto per accaparrarsi i migliori atleti di ogni specialità della corsa. La On, ad esempio, ha appena annunciato di aver messo sotto contratto Yeman Crippa, che si è convinto a firmare dopo aver collaudato diversi modelli del marchio svizzero, di cui calzerà scarpe e indosserà l’abbigliamento per la prima volta alla mezza maratona di Barcellona (16 febbraio) e poi alla London Marathon (27 aprile).
I motivi e i dettagli dell’accordo On-Crippa sono emersi in occasione di quest’intervista che il pluriprimatista del mezzofondo italiano ha concesso a correre.it mentre si trovava in Portogallo per un periodo di preparazione a temperatura più mite.

Per quanto riguarda il mezzofondo su pista, sappiamo che On predilige gestire i propri atleti con gruppi di allenamento centralizzati, come l’OAC (On Athletic Club) negli Stati Uniti e l’OAC Europe: è prevista un’organizzazione simile anche per l’attività su strada? Cambierà qualcosa nella tua gestione degli allenamenti, ad esempio con la tua partecipazione a training camp con altri fondisti On durante la stagione?
«La On, in effetti – ci spiega Crippa -, mi aveva offerto la possibilità di andare negli Stati Uniti e di aggregarmi al gruppo con cui si allenano, ad esempio, anche Sintayehu Vissa (primatista italiana dei 1.500 metri, 3’58”11, ndr) e altri ragazzi che invece preparano la maratona, ma sono stato io che mi sono tirato un pochino indietro, perché con Massimo Pegoretti, con cui mi alleno da tantissimo tempo, abbiamo iniziato da due anni il nostro progetto maratona e volevo continuarlo qui, perché sta andando bene: stiamo imparando entrambi, stiamo crescendo insieme.»
È questo che ho spiegato a On e loro mi hanno subito appoggiato e mi hanno detto, in sostanza: “OK, allora facciamo il tuo progetto a Trento con il tuo allenatore e i tuoi compagni di allenamento e li sosteniamo anche se non sono del tuo livello, ma lo facciamo per darti una mano. È stata proprio questa disponibilità, questa sensibilità alla mia necessità: in questo momento io ho bisogno di stabilità, di stare a Trento col mio allenatore e col mio gruppo d’allenamento, e On ha capito e mi ha sostenuto.
È stato questo atteggiamento a convincermi definitivamente che avevo a che fare con un’azienda veramente seria, che stava puntando su di me, nonostante io mi sia rifiutato di accettare la loro proposta iniziale, una proposta che, beninteso, consiglierei a tutti di accettare, perché è un’occasione unica per andare ad allenarsi negli Stati Uniti, cambiare vita, fare un’esperienza che fra 5 anni può risultare un valore aggiunto. Io stesso, durante i miei periodi di preparazione in Kenya, tocco con mano i benefici degli allenamenti fatti con 8-10 atleti del mio livello.»

Parliamo di scarpe, allora, per capire che segnali ti ha trasmesso il tuo piede quando hai provato i modelli On e cosa sia cambiato rispetto alle tue precedenti esperienze con due brand molto importanti ».
«Avevo già cominciato a provare le scarpe On qualche mese fa, cominciando col calzare il loro modello da strada ad alta prestazione che è la On Cloudboom Strike e mi ha dato subito delle ottime sensazioni, soprattutto dal punto di vista della comodità, per la morbidezza della mescola dell’intersuola, che rispondeva molto bene, e da quello dell’impatto con l’asfalto, perché queste scarpe alla fine il loro meglio lo danno su asfalto e le devi provare su asfalto per sentire quali risposte “assurde” in senso positivo siamo in grado di produrre. Si tratta di un impatto davvero morbido e soprattutto non traumatico, a differenza delle altre scarpe che avevo utilizzato negli anni precedenti, con le quali l’impatto era sempre un po’ più traumatico.
Per la corsa lenta, invece, uso la On Cloudmonster 2 oppure la On Cloudmonster Hyper, che appartiene alla stessa “famiglia” della Cloudmonster 2, ma presenta una combinazione di due differenti mescole e ti permette di andare un pochino più veloce nei giorni in cui hai voglia di fare la corsa sì lenta, ma brillante. Sto provando anche la On Cloudsurfer, che è un’altra calzatura adatta ad allenamenti lunghi; sto provando un po’ a “girarle”, insomma, per capire quali potranno essere poi i tre-quattro modelli da adottare in pianta stabile giorno per giorno. Fino a oggi ho avuto delle bellissime risposte a livello sia di performance sia di comfort.
L’altro aspetto delle scarpe On che mi ha colpito è quello della durata: quando sono andato in azienda mi hanno spiegato che possono essere utilizzate anche per 500-600 chilometri senza perdere efficienza, quando posso confermare che calzature della stessa categoria di altri marchi dopo 150 km sono già sfondate, da cambiare.»

Gli appassionati che seguono Correre e correre.it sono interessati a capire, nel tuo programma di allenamento, quando usi modelli col plate in carbonio e quando invece no.
«Diciamo così: tendiamo ovviamente anche noi professionisti a desiderare il carbonio magari anche più del dovuto. Ci sono due scuole: c’è qualche allenatore che dice che l’atleta deve usare meno carbonio possibile in allenamento per poi sentire e beneficiare della differenza in gara. Ci sono quelli che invece ti dicono: “Negli allenamenti, quelli tirati, intensi, dove devi spingere, usa sempre il carbonio per poi il giorno dopo avere le gambe meno stanche”. Ci sono queste due ipotesi, insomma, non dico che una delle due sia sbagliata. Nel mio caso, uso la scarpa col plate in carbonio quando faccio i lunghi in preparazione della maratona, che non sono fatti di una corsa lenta, perché si tratta di almeno 25 km con variazioni, o le ripetute in pista, e l’unica volta che non uso la scarpa in carbonio è quando esco a fare la corsa lenta su sterrato, come in questi giorni qui in Portogallo, in cui uso le On Cloudmonster. Il consiglio che posso dare è: usate il carbonio quando dovete lavorare su strada mentre quando volete correre su sterrato credo sia più utile usare un modello senza plate in carbonio, perché, con l’intersuola così alta, l’effetto del plate si perde un po’ e non dà quell’aiuto che dovrebbe dare.»

Veniamo alla tua scelta di correre la maratona a Londra, che è la tua prima Major, quando tutti si aspettavano che saresti tornato a Siviglia visto che là eri andato davvero forte (2:06’06” / 18 febbraio 2024, allora record italiano, ndr).
Che differenza c’è secondo te tra una “Major” e una gara comunque importante come Siviglia? Cambia qualcosa a livello mediatico? C’è più pressione?
«Londra propone uno dei percorsi più veloci in Europa. Anche Siviglia è veloce, però correre in una “Major”, secondo me, è comunque un valore aggiunto: è una maratona che desiderano fare tutti e tantissimi atleti non riescono a parteciparvi, perché magari non riescono a essere invitati e per me essere stato invitato e correre con dei campioni così – perché a Siviglia non trovi dei campioni così – e provare a confrontarsi e anche a batterli, è un’occasione veramente unica. Spero che non rimanga l’unica “major”, spero di continuare a farle magari anche da protagonista.»
A proposito di quegli avversari che incontrerai a Londra, in questi giorni ha sbancato i social il debutto di Jacob Kiplimo. Secondo te cosa può fare uno così che, a ben pensarci, un po’ ti assomiglia: forte nel cross, capace di spaziare su parecchie distanze, e adesso arriva alla maratona…
«(Sorride) Magari assomigliare a Kiplimo! È un atleta a 360° gradi che ha fatto il record del mondo della mezza maratona, ha vinto in pista e nel cross, è uno dei pochi atleti africani davvero completi, perché anche quelli veramente forti su strada già sul cross non riescono a esprimere tutto il proprio valore. Nella maratona Kiplimo può fare benissimo, anche se possono intervenire più sorprese rispetto a quanto può accadere in un 10.000 metri, una mezza maratona o una gara di cross. Non si dovrà dimenticare che in maratona, al 35º al 36° o al 37° chilometro possono arrivare delle crisi che non ti aspetti nemmeno, perché magari durante gli allenamenti è andato tutto liscio e quel giorno lì invece no, succede così. Abituandosi, maratona per maratona, andrà sempre più forte, però secondo me questo di Londra sarà un bell’esordio, come ha fatto Sabatastian Sawe, che a differenza di Kiplimo è più uno “stradaiolo”: “pronti-via” ha fatto 2:02’05” all’esordio, lo scorso primo dicembre a Valencia, e come qualità credo che siano allo stesso livello su strada e penso che Kiplimo possa imitare Sawe.»

A proposito di “maratona per maratona”: cosa ti hanno insegnato Milano, che è stato il tuo debutto, e cosa, poi, Siviglia e Parigi?
«Sia Milano sia la maratona olimpica di Parigi mi hanno insegnato a tenere sempre le antenne “belle belle alte” e accese, perché appena sottovaluti un pochino la maratona, magari perché ti credi preparato e ti credi pronto ad affrontarla come vuoi, e, diciamo, “gli dai poco valore”, poca importanza, pensi di essere più forte tu della gara, è lì che arriva il colpo. Milano non dico che l’ho sottovalutata, ho beccato, diciamo, la crisi come la può beccare qualsiasi atleta che debutta; l’ho accettata, ci dovevo passare e ci sono passato, sono stato contento così, comunque l’ho superata. Non mi sono nascosto né sono scappato dalla fatica, dalle crisi, l’ho finita anche con un tempo che non volevo, perché chiaramente volevo correre tre minuti in meno, ma l’ho portata a casa. Parigi, invece, ancora oggi, quando ci penso, mi rode un po’, perché l’ho preparata secondo me benissimo, ma, come dicevo, quando le cose in allenamento vanno troppo bene inizi magari a sottovalutare la distanza, a dimenticare che il giorno della gara sarà sempre una sfida. Solo alla fine puoi dire “OK, ce l’ho fatta, ho vinto io”. Invece ho iniziato a fare già un po’ di conti prima, vedendo che gli allenamenti andavano bene, poi quel giorno mi sono “deconcentrato” un po’… È stato lì che ho accettato che ogni maratona, che sia anche la tua decima maratona, devi continuare a prenderla sempre sul serio, devi sempre darle del “Lei”.»
In una gara come la maratona di Siviglia, invece, dove ci sei piaciuto tantissimo, non c’è una sorta di vertigine quando si “svolta” così e ci si rende conto che 2:06’ si può fare? Cosa ti ha insegnato quella gara?
«Secondo me le gare che vanno bene sono quelle che ti insegnano meno. Perché alla fine dici “OK, è andata bene”. Ci stai poco a riflettere e pensi subito alla gara dopo. Anche quello, comunque, è stato un momento bello, perché venivo dalla maratona di Milano, che, come detto, era andata… non come volevo io, e a Siviglia, invece, la maratona l’ho gestita come volevo io: sono arrivati lo standard per le Olimpiadi e il record italiano, e poi finire una maratona in progressione, fare l’ultima mezza maratona veloce ed essere ancora in spinta a fine gara ti dà una bella motivazione, e non vedi l’ora di farne un’altra. Questo mi ha insegnato Siviglia: che bisogna lavorare bene.»

La scelta di Londra ci fa preoccupare in senso sportivo: potrai comunque essere presente agli europei di Bruxelles sulla mezza maratona?
«Ne abbiamo parlato anche con Chicco Leporati (responsabile tecnico Fidal per il mezzofondo) e con la Federazione e adesso dobbiamo capire cosa vogliono loro: di massima hanno dato parere favorevole al nostro programma di arrivare in forma all’obiettivo dei mondiali di Tokyo in maratona, per cui il mio progetto è di fare la mezza maratona il 16 di febbraio a Barcellona e poi la maratona di Londra a fine aprile.
Nei miei obiettivi di quest’anno, quindi, non ci sono gli Europei su strada.
Ma dopo Londra, magari, qualche sgommata in pista di quelle di una volta, tipo 5.000 metri al Golden Gala, ce la regalerai o ce la dobbiamo dimenticare?
«Posso dare una mano, se serve alla Fidal, alla coppa Europa dei 5.000 metri, però meeting, no… no, diventa un’altra cosa. Adesso veramente sono felice della strada che ho preso verso la maratona e vorrei provare a farla al meglio.»
Concludiamo parlando di nuovo della maratona di Londra: lì ci sarà anche, tra i grandi campioni che ricordavi prima, Eliud Kipchoge, che ha 40 anni e l’ha vinta quattro volte oltre a tutto quello che sai che ha fatto. Tu ti ci vedi a correre così a 40 anni?
«Guarda, sarebbe un bellissimo traguardo. Spero di sì, se mi piacerà ancora fare sport così. Vorrei continuare a farlo anche, diciamo, a livelli un pochino più bassi, però ti deve piacere perché se a 40 anni, con la famiglia, diventasse un sacrificio, forse è meglio prendere in considerazione una strada alternativa. Però, se continuerà a piacermi come mi piace adesso, spero davvero di arrivarci a 40 anni con le stesse motivazioni di Eliud. Io a Parigi l’ho battuto (sorride) e l’altro giorno parlavo con il mio manager e gli ho detto: “Mi toccherà batterlo per la seconda volta. Vabbè a Parigi si è fermato… però l’avevo già superato! A parte gli scherzi: correre con lui è un’emozione unica, perché Eliud veramente ha ancora da insegnare tantissime cose a tutti sulla maratona e su come affrontare le gare e lo sport.»