In questi giorni sui “social” è comparsa una foto di Yeman Crippa, che lo ritraeva dopo aver ultimato un allenamento di 40 km. Si leggeva: “Cotto a puntino dopo 40 km in altura… ma se non fosse facile, non sarebbe la strada verso i Mondiali di Tokyo”. Nell’immagine lo si vedeva stravolto, “sgonfio”, distrutto, ma allo stesso tempo felice per aver fatto un “quarantello” in quota, l’ultimo, tosto, prima dei Mondiali, con velocità alternate a 3’10” al km. Per chi lo conosce, Yeman è così: sempre positivo, sempre proiettato verso il futuro con serenità.
Sarà lui, insieme ad Aouani e Chiappinelli, a rappresentare l’Italia ai Mondiali di Tokyo.
A proposito di maratona, qualche giorno fa, esattamente il 15 agosto (Ferragosto), Stefano Baldini ha esposto il suo pensiero sulle colonne de “La Gazzetta dello Sport” riguardo al movimento della disciplina, sia tra le donne che tra gli uomini.
Baldini ribadisce che Yohanes Chiappinelli, primatista della maratona in Italia, ha un crono di 5’ superiore al primato mondiale, oltre la 100ª posizione nel ranking, così come Sofia Yaremchuk. Poi cita il campione europeo Iliass Aouani e Yeman Crippa, definendo quest’ultimo un maratoneta ancora inespresso, che ha avuto più giornate storte che felici.
Cercando di addentrarsi nel variegato mondo dei 42,195 km, che li ha definiti sportivamente feroci, né più né meno dei 100 metri, precisa: “Ogni nazione esprime e organizza eventi di alto livello che producono opportunità di prestazione e guadagni per un numero di atleti, che attraverso lo sport cambiano la propria vita e quella della loro famiglia. Poi ci sono brand di abbigliamento che mettono sotto contratto atleti, in grado di produrre risultati. Vengono allestite molte più gare con atleti (principalmente africani)”. Il risultato è che non ci vedono tra i migliori né nella maratona, né tanto meno nel mezzofondo prolungato. Tant’è che a Tokyo, nei 5 e 10 mila, saremo senza atleti in gara in campo maschile. L’eccezione è Nadia Battocletti tra le donne.
Sempre secondo il campione olimpico di Atene 2004, in Italia c’è tanto lavoro da fare: cambiare mentalità, essere professionisti 11 mesi l’anno, anche quando non ci sono gare a breve termine o quando si esce da un infortunio. E conclude: “Ci servono più concentrazione, diversa mentalità, con sguardo e ambizione che vadano lontani”.
In altre parole, la strada verso il paradiso è lastricata di difficoltà. Riusciremo a tornare come 20 anni fa?
Cosa ne pensate?